Yara, Bossetti: "Poteva essere mia figlia". Attesa per la sentenza d'appello

17 Luglio, 2017, 13:10 | Autore: Menodora Allio
  • Yara Gambirasio in palestra

Alla vigilia dell'apertura del processo d'Appello per l'omicidio di Yara Gambirasio, che in primo grado ha visto condannato all'ergastolo Massimo Giuseppe Bossetti, la difesa del muratore di Mapello alimenta nuovi dubbi sulle prove che hanno contribuito a scrivere la sentenza del primo luglio 2016. Massimo Bossetti, rende dichiarazioni spontanee a conclusione del processo d'appello che lo vede imputato a Brescia per l'omicidio di Yara Gambirasio e rivolge "un sincero pensiero" alla vittima. "Poteva essere mia figlia, la figlia di tutti noi - ha detto Bossetti -, neanche un animale avrebbe usato tanta crudeltà". Oggi ha chiesto scusa per "il comportamento scorretto" tenuto nella prima udienza quando era sbottato alle affermazioni del sostituto procuratore generale. "Pensate però come può sentirsi una persona attaccata con ipotesi fantasiose e irreali", ha detto, leggendo dei fogli estratti da una cartella rossa.

Dopo le dichiarazioni spontanee dell'imputato, la corte si è riunita in camera di consiglio. Il muratore ha anche stigmatizzato il modo con cui fu arrestato: "C'era necessità di scomodare un esercito e umiliarmi davanti ai miei figli e al mondo intero?".

In un fermo immagine le fasi del fermo di Massimo Giuseppe Bossetti
In un fermo immagine le fasi del fermo di Massimo Giuseppe Bossetti

Dopo le parole espresse da Bossetti, i giudici, presieduti da Enrico Fischetti, dovranno decidere se accettare l'istanza di ripetizione dell'esame del Dna ritrovato sul corpo della tredicenne, o se confermare l'ergastolo con l'aggravamento di pena di sei mesi di totale isolamento per la calunnia contro un collega di lavoro il quale avrebbe cercato di indirizzare le indagini. Se fossi l'assassino sarei pazzo a chiedere la perizia, invece io non temo nulla. Sono quindi tre le opzioni che i giudici hanno davanti a loro. La partita, infatti, si gioca pure sul codice genetico, pietra miliare sia dell'accusa che della condanna al carcere a vita. "Quel Dna non è suo, non c'è stato nessun match, ha talmente tante criticità - 261 - che sono più i suoi difetti che i suoi marcatori", per i difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini che chiedono di risolvere l'"anomalia" con un accertamento alla presenza delle parti. Di diverso avviso la difesa che sostiene che la 13enne è stata portata lì solo successivamente, come dimostrerebbe una foto satellitare del 24 gennaio 2011, poco più di un mese prima del suo ritrovamento.

"Da tre anni invoco la mia innocenza".