#Venezia74 - Una famiglia. Incontro con Sebastiano Riso e Micaela Ramazzotti

06 Settembre, 2017, 22:13 | Autore: Cleonico Iarussi
  • Da Venezia il caso di Una famiglia, il film shock con Micaela Ramazzotti

Nel film "Una famiglia", Micaela Ramazzotti interpreta una donna legata da un rapporto morboso a Vincenzo, madre di figli che la coppia vende illegalmente alle coppie che non possono averne. "Maria è schiava di un progetto che non ha deciso ma che ha accettato, è innocente, mite, succube, fin quando un progetto di ribellione, emancipazione prenderà vita e sarà libera quando si scrollerà di dosso tutto questo". Questo il punto di partenza del film, che tuttavia, a dispetto degli argomenti che sfiora, non è incentrato né sulle madri surrogate né sulle adozioni illegali. Come se l'argomento della vendita dei neonati (annessi e connessi) prendesse il sopravvento sulla necessità di raccontarlo in maniera omogenea, equilibrata, non didascalica e al netto di luoghi comuni. Lo stesso è accaduto durante la realizzazione di "Una famiglia", con Paolo Virzì regolarmente in platea ad applaudire la moglie, ma la scena se l'è presa solamente la bella Micaela, che aveva già lavorato nel 2014 ad un progetto di Sebastiano Riso, regista di "Una famiglia" che tre anni fa aveva realizzato il suo precedente film, "Più buio di mezzanotte".

Che cosa ti ha interessato e coinvolto in questo personaggio così intenso, fragile e commovente e come lo hai costruito? Arrivata a quella che il suo istinto le dice essere l'ultima gravidanza, Maria decide che è giunto il momento di formare una vera famiglia. O meglio sfrutta il suo spirito, facendo prostituire non il suo corpo ma il suo ventre. "Non ha mai la dolcezza del momento in cui si partorisce e si abbraccia e si allatta il proprio bambino".

"La donna qui non è vittima", aggiunge Sebastiano Riso, "ma è subordinata all'uomo e complice".

Resta il finale profondamente disturbante, con la sensazione che il regista e gli sceneggiatori in Una famiglia abbiano voluto inserire troppe cose non riuscendo alla fine a dare un impianto narrativo lineare e sostenibile al film nonostante la splendida prova dei due protagonisti. Mi sento totalmente accolta, capita, amata da lui, il suo entusiasmo verso di me mi commuove, mi riempie di orgoglio e nutre la mia autostima che solitamente, come quella di molti attori, è sotto terra. Noi non siamo qui per giudicare, ma per osservare e per capire perché avvengano certe cose. Per farlo abbiamo letto documenti processuali, collaborando con una procuratrice della Repubblica, scoprendo dalle intercettazioni telefoniche figure fredde, interessate solo ai soldi, che abbiamo poi accantonato dando profondità alla coppia poi diventata Maria e Vincenzo. Mi piacciono le sue idee, mi piace la sua determinazione e mi diverte il suo essere brusco.

È anche a causa di questa caratterizzazione dei personaggi che il secondo lungometraggio di Sebastiano Riso risulta a tratti eccessivo e ridondante, in questo ritorno ossessivo sull'infelicità di una madre sfruttata e mai realizzata, come anche nella stessa recitazione di Micaela Ramazzotti. Come se, esprimendo sul set tutta quella rabbia, quel dolore, mene fossi poi liberata e mi sentissi quindi subito leggerissima e di buon umore.